Guida alle denominazioni
Tre o quattro lettere alla fine di un nome, un simbolo colorato sull'etichetta o la garanzia di un commerciante di fiducia: le abbreviazioni dei prodotti di qualità sono sempre messe in risalto e spesso utilizzate per promuovere i prodotti stessi.
Il team di Nolita ha cercato di fare chiarezza e di fornirvi la massima precisione. Degustare vini di qualità, prodotti di diverse regioni, è un bene. Conoscerne la tracciabilità, l'origine, il marchio di qualità....... è meglio!
In effetti, gli acronimi sembrano in grado di moltiplicarsi: a più di 50 anni dalla loro ideazione, rischiano di diventare un enigma piuttosto che un'indicazione. Queste denominazioni sono in realtà semplici da gestire, ma spesso difficili da interpretare: se vi chiedete cosa abbiano a che fare i vini DOCG con le DOC e le DOP, se desiderate sapere come mettere in relazione il termine IGP e IGT, beh, una piccola guida è necessaria.
DOP, Denominazione di Origine Protetta.
È il simbolo più conosciuto e utilizzato, ufficialmente riconosciuto e condiviso a livello europeo.
Il nostro amico e fornitore Andrea Faccio (Villa Giada) è al passo con i tempi già da un po'.
Questa denominazione conta oltre 400 vini e 160 prodotti italiani registrati, come ad esempio l'Aceto Balsamico Tradizionale di Modena.
Distingue alimenti e vini le cui caratteristiche gustative possono essere attribuite all'appartenenza a uno specifico ambiente geografico: per questo motivo, l'acronimo è attribuito unicamente alle specialità alimentari prodotte e lavorate in aree specifiche e secondo un disciplinare di produzione ben distinto.


DOC, Denominazione di Origine Controllata.
È l'abbreviazione storica, stabilita fin dagli anni '60 e nota a tutti in Italia.
Storicamente, è stata utilizzata come "marchio" per vini di qualità prodotti in zone geografiche piccole o medie, con caratteristiche attribuibili al vitigno, all'ambiente e ai metodi di produzione; i primi prodotti sono stati riconosciuti nel 1966.
Questa denominazione non è in linea di massima più utilizzata dal 2010.
Secondo la legge europea, quest'ultima è ora assorbita nel codice DOP. Il suo utilizzo è comunque autorizzato come menzione tradizionale specifica.
DOCG, Denominazione di Origine Controllata e Garantita.
Come l'abbreviazione DOC, questo marchio fa ormai parte della grande famiglia delle DOP. È in ogni caso attribuito a vini già riconosciuti come DOC e considerati di particolare pregio da almeno 10 anni.
Qualche esempio? L'Aglianico del Vulture, il Barbaresco o ancora il Brunello di Montalcino.
Prima o poi, Nolita scoverà per voi qualche bottiglia che sfoggia questo glorioso marchio.


IGP, Indicazione Geografica Protetta.
È il secondo tipo di acronimo condiviso a livello europeo. Nonostante il nome, indica alimenti e vini tipici di una specifica zona geografica e può trattarsi anche di prodotti trasformati.
Ciò significa in effetti che un determinato prodotto, sebbene lavorato nella zona indicata secondo metodi specifici, può provenire da una regione diversa o addirittura dall'estero.
I prodotti alimentari IGP in Italia sono attualmente 116; a questi vanno aggiunti 118 vini, che possono alternativamente utilizzare l'abbreviazione IGT.
STG, Specialità Tradizionale Garantita.
È l'acronimo europeo che ha meno a che fare con l'origine dei prodotti. È infatti utilizzato esclusivamente per alimenti che hanno caratteristiche di tradizione e qualità che si distinguono da altri prodotti simili: i due soli casi italiani sono la mozzarella e la pizza napoletana - che possono tuttavia essere prodotte con le stesse caratteristiche in altri paesi. La denominazione STG può quindi essere utilizzata in paesi situati lontano dal Mediterraneo.


Ora andiamo ancora oltre.
In Italia, un marchio di qualità permette di distinguere i prodotti tradizionali e i prodotti di nicchia, con una tipicità così particolare che non è possibile classificarli sotto DOP o IGP:
il PAT!
È l'unico codice di qualità attribuito dalle diverse regioni della penisola.
Si tratta, in effetti, di valorizzare le specialità locali ottenute con metodi tradizionali di lavorazione, conservazione e stagionatura. Devono essere utilizzate da almeno 25 anni e devono essere omogenee su tutto il territorio.
Alcuni esempi: Sanguinaccio, miele lucano, il salume di pecora di Sardegna, lo speck altoatesino.
BIO
È infine la parola utilizzata in Italia per identificare bevande e alimenti prodotti con metodi biologici, quindi senza l'uso di sostanze chimiche di sintesi. Il riconoscimento europeo è dato da un marchio particolare, consistente nella forma di una foglia con dodici stelle bianche su fondo verde chiaro. Il logo e il nome biologico (o la sua abbreviazione BIO) possono essere indicati solo sull'imballaggio di prodotti che utilizzano almeno il 95% di ingredienti agricoli coltivati biologicamente e che sono conformi al sistema nazionale di controllo e certificazione. Dal 2012, il marchio BIO può essere utilizzato anche per il vino, che fino ad allora doveva accontentarsi della dicitura "ottenuto da uve biologiche".

Come avrete capito, attribuiamo naturalmente importanza ai marchi di qualità, senza tuttavia perdere di vista l'aspetto più importante ai nostri occhi: quando è buono è buono, punto e basta!
Luigi di Nolita
